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L’intervista ad Andrea Iacomini, portavoce Unicef Italia: “La speranza nei luoghi dimenticati”

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di Sara Della Corte

Una mattinata intensa e ricca di emozioni quella vissuta al Liceo “Enrico Fermi” durante l’incontro “Terra contesa, infanzie negate”. L’evento, che ha coinvolto numerosi studenti e docenti, ha affrontato temi profondi e drammaticamente attuali: dal genocidio a Gaza al conflitto israelo-palestinese, fino alle guerre dimenticate che non trovano spazio nei media.

Ospite d’onore Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef Italia, tornato al “Fermi” a un anno di distanza per condividere la sua esperienza sul campo e la sua visione sul ruolo dei media, dei diritti dei bambini e della speranza. L’intervista è stata realizzata dagli studenti di LifeRadio e del Cross Medial.

Come si è trovato al Liceo “Fermi”?

“Mi sono trovato benissimo. È stata un’esperienza straordinaria, unica. Ho visitato tante scuole e città negli ultimi sei anni, ma questa è davvero tra le più belle ed emozionanti. Si sono alternati momenti di riflessione profonda e momenti di rappresentazione del dolore, ma anche tanta partecipazione e sensibilità da parte dei ragazzi. È stata una giornata indimenticabile”.

Molti conflitti nel mondo non vengono raccontati. Perché, secondo lei, ci sono guerre di “serie A” e guerre di “serie B”?

“È una domanda molto interessante. Ci sono aree del mondo dove si intrecciano molti interessi e dove quindi i media decidono di concentrare l’attenzione. Spesso un conflitto diventa ‘notizia’ solo quando è vicino a noi o quando accade qualcosa di eclatante. Finché un’emergenza resta lontana, tendiamo a ignorarla. Così, quando si parla molto di una guerra – come quella in Ucraina o a Gaza – se ne dimenticano altre, come la Siria, lo Yemen o la Libia. È anche una questione di tempo e di attenzione: ogni nuova crisi finisce per oscurare la precedente”.

In un periodo in cui si parla molto di geopolitica, si rischia di dimenticare l’aspetto umano e umanitario?

“Assolutamente sì. Quando è esplosa la guerra in Gaza, l’attenzione sull’Ucraina è diminuita drasticamente. Ma dietro ogni conflitto ci sono persone, bambini, famiglie. Nessuno ricordava più che in Ucraina milioni di persone vivono ancora senza acqua potabile o elettricità e che tanti bambini crescono sotto i bunker. Oggi si parla troppo di strategie, di armi, di potenze, e troppo poco della sofferenza umana. Dobbiamo smettere di dividerci tra ‘chi ha ragione’ o ‘chi ha torto’. La verità è che nessuno dovrebbe volere la guerra. Lo dice la Costituzione e lo dovrebbe dire il buonsenso”.

Quando incontra bambini che hanno perso tutto, che pensa? Come si può ridare loro la speranza?

“Vengo da un luogo dove ho perso la speranza anch’io. Sono appena tornato da una missione in Siria, un Paese distrutto dopo dieci anni di guerra: milioni di sfollati, centinaia di migliaia di morti, case rase al suolo. Ho visto persone che rientrano e trovano solo macerie, genitori senza la possibilità di mandare i figli a scuola, tanta fame e disperazione. Il dolore più grande è sentirsi impotenti davanti a tutto questo. Eppure l’Unicef continua a fare un lavoro straordinario: ci sono centri che curano le mamme e i bambini, squadre che percorrono villaggi interi per vaccinare, portare cibo, medicine, istruzione. Forse sembrano gocce nell’oceano, ma non è così: siamo la speranza concreta per chi non ha più nulla”.

Un messaggio finale per gli studenti del “Fermi” e per tutti i giovani?

“Speriamo di rivederci presto, ma per parlare di guerre finite e di bambini che stanno bene. Questa è la speranza che abbiamo tutti: un mondo dove nessun bambino debba più conoscere la paura o la fame”.