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I social, il giudizio e la vita reale: Andrea Barchiesi spiega la reputazione online ai giovani

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Si è a lungo discusso del caso mediatico della ristoratrice Giovanna Pedretti. Il fatto è avvenuto a Sant’Angelo Lodigiano, un Comune in provincia di Lodi dove la cinquantanovenne, secondo gli inquirenti, sarebbe morta di suicidio per un gesto disperato. Dopo aver postato una risposta alla recensione di un cliente della pizzeria di famiglia “Le Vignole”, difendendo le persone omosessuali e quelle con disabilità di cui si lamentava l’autore del messaggio, la donna è apparsa in rete come un ottimo esempio. Ma la “gloria” è durata ben poco, presto sommersa da commenti negativi che l’accusavano di aver scritto lei stessa la critica; non avendo retto il riflettore negativo su di sé, ha ceduto alla sofferenza, fino a decidere di farla finita. Queste sarebbero le prime ricostruzioni dei fatti ed è chiaro che il tema del giudizio è di nuovo al centro del dibattito, dopo il caso Balocco con Chiara Ferragni.

Facciamo chiarezza con chi ha a che fare ogni giorno col tema delle vite in rete: Andrea Barchiesi, ingegnere elettronico, è riconosciuto come maggior esperto in Italia e pioniere in tema di analisi e gestione della reputazione online. Fonda nel 2004 Reputation Manager, società di riferimento per l’analisi, la gestione e la costruzione della reputazione online di aziende, brand, istituzioni e figure di rilievo pubblico, è lui ad aver definito e declinato i fondamenti dell’Ingegneria Reputazionale, metodologia e marchio registrato di Reputation Manager. Dal 2018 è anche co-fondatore e Ceo di Reputation Science. Pioniere nella ricerca e sviluppo di nuove soluzioni in ambito web intelligence e data analysts, negli ultimi quindici anni ha guidato primari progetti digitali di monitoraggio e consulenza sulla reputazione online per aziende, istituzioni, top manager e figure apicali di società leader nel mercato italiano. Vincitore del Premio Nazionale dell’Innovazione 2011, conferitogli dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e del Premio Adriano Olivetti nel 2018. 

Cosa pensa dell’effetto che il giudizio altrui ha sulle persone, soprattutto sui ragazzi della generazione Z?

Noi siamo una specie sociale, di conseguenza il giudizio è fondamentale, è uno dei collanti della società stessa. Dovremmo notare come il giudizio sia un qualcosa di inevitabile, nel senso che, espresso o meno, fa parte dei processi cognitivi inconsci. Detto questo, i social media cambiano tutto, perché il giudizio diventa fisico, scritto, e cambia anche le dinamiche psicologiche: è come se fosse fatto all’interno di un’arena in cui la persona è al centro e tutti attorno la giudicano. Non è una dinamica normale, naturale, tipo un confronto uno a uno, e soprattutto è persistente: ecco come mai il giudizio ha un forte peso, sicuramente nella generazione Z, ma in realtà è orizzontale e verticale su tutte le generazioni. Il problema è la cristallizzazione del giudizio di odio, del giudizio forte all’interno dei social media, e questo cambia radicalmente le dinamiche. 

Personalmente soffre del giudizio altrui o ne ha sofferto in passato?

Tutti noi siamo, in qualche modo, sensibili al giudizio, anche chi dice di non esserlo. Chiaramente, in base a caratteristiche psicologiche e maturità, il giudizio inizia a pesare un po’ meno. Certo che nella fase adolescenziale è un metro cognitivo perché attraverso il giudizio deduciamo chi siamo; questo, ovviamente, non è corretto, però è quello che di fatto accade, per cui serve una grandissima attenzione, sia nei giudizi che diamo sia nei giudizi che riceviamo. Ma ricordo ancora che il problema non è in questo fenomeno che è naturale, ma è nel fatto che i social network cristallizzino, rendano scritto, pubblico e visibile a tutti questo giudizio ed è nelle dinamiche in cui si esterna il processo che emerge un nuovo problema. Tutto il resto è un processo di formazione. 

Ha dei consigli da dare ai giovani che subiscono giornalmente il giudizio altrui e che potrebbero arrivare ad atti estremi, come nel caso della ristoratrice?

Personalmente distinguo sempre i giudizi in due modi fondamentali, sostanzialmente basati sul fine. La prima categoria comprende i giudizi che vengono dati per far crescere, per insegnare, a fin di bene insomma. Questi vanno sempre ascoltati, anche se fanno male e bisogna trarne insegnamento, non bisogna mettersi in discussione in senso negativo, ma farlo in senso accrescitivo. La seconda tipologia di giudizi sono quelli che tendono ad abbattere, a trasferire il male che le persone sentono negli altri e purtroppo sono i più frequenti. I giudizi non costruttivi, dati per ferire, vengono agiti da persone che hanno un malessere interno e cercano di avvicinare e abbassare gli altri per sentirli più alla loro portata: non vanno ascoltati, vanno parametrati. Quindi, tornando al punto: bisogna ascoltare i primi, in modo molto serio e  senza considerarsi sbagliati, perché questo è uno degli errori più grandi, e trascurare completamente i secondi perché non hanno alcun fine costruttivo, se non quello di abbatterci.

Come approfondire meglio il tema?

Consiglio la lettura di un libro, che è molto interessante, si chiama Mindset: sostanzialmente divide le persone in due categorie (mi rendo conto che la distinzione è molto stretta, però è illuminante): mindset accrescitivo e mindset fisso. La differenza è molto semplice: il mindset accrescitivo subisce i fallimenti e quindi anche le critiche come un momento positivo; chi sbaglia o subisce una critica non è tutto sbagliato, ha fatto male una cosa ed è un modo per migliorarla. Il mindset fisso, invece, adogni critica reagisce come se fosse lui a essere sbagliato, quindi senza recupero, senza possibilità, tutto è vissuto solo come un giudizio su di lui. Consiglio sempre di lavorare verso il mindset evolutivo, accrescitivo; è una delle più grandi conquiste, credo, della forma mentale”. 

In un’intervista su Rai3 da parte della redazione di Gocce di Petrolio – ndr, la puntata si chiama Febbre digitale – lei ha affermato: “Nel 2004 abbiamo intuito che sarebbe diventato un tema fondamentale l’identità digitale, quindi accanto al nostro Io-fisico, che c’era prima, sarebbe nato un Io-digitale”. A distanza di tempo possiamo affermare con certezza che le sue parole si sono rivelate più che corrette. Le chiedo se l’Io-digitale riesce a rappresentare al meglio il nostro Io-fisico o se c’è un distacco tra loro.

L’Io-digitale è un riflesso dell’Io-reale, ma è un riflesso molto ridotto, poiché l’Io-reale è estremamente sfaccettato, estremamente complesso e così è impossibile che l’Io-digitale possa riflettere tutte le sfaccettature: può accadere solo per persone di estrema mediaticità, ma anche in quel caso vi sono ampie aree oscure. Detto questo, tornando un po’ alle nostre dimensioni, c’è un distacco enorme e il problema chiave è come viene gestito questo distacco. La tendenza attuale nei social è quella narcisistica, quella di rappresentare un Io abbellito, forte, divertente, adeguato ma agire così genera un divario che creiamo noi stessi rispetto alla vita reale, e genera anche frustrazione negli altri, che magari non si sentono all’altezza. Di base però il nostro Io-reale, fisico, è molto complesso, sta a noi riuscire a trasferirlo il più fedelmente possibile nel digitale, ovviamente sapendo anche distinguere qual è il fine; ad esempio una cosa da tenere sempre presente è che il confine tra privato e professionale non esiste più, dal punto di vista professionale viene valutata la sfera privata e, se noi raccontiamo di noi stessi ai social network, questo verrà guardato e analizzato, anche in futuro. La prima consapevolezza è eliminare la barriera tra il pubblico e il privato: se una cosa volete che sia privata, non dovete metterla minimamente nei social network, e neanche diffonderla sui telefonini, tra amici e cerchi di primo livello. La prima barriera è prendere consapevolezza che non esiste più barriera tra la vostra vita pubblica e quella privata; La seconda cosa è che va gestita in modo molto accorto la differenza tra l’Io-reale e l’Io-digitale che deve essere il più autentico possibile, il più coerente possibile e deve essere pensato in modo atemporale, perché questi contenuti, queste cose, verranno visti anche a distanza di anni. Fate molta attenzione a come proiettate il vostro essere. 

Quali sono gli influencer che segue personalmente e che sente di consigliare a ragazzi come noi per fare in modo che il nostro navigare sia consapevole e fruttuoso?

Gli influencer li seguo professionalmente. A essere onesti, per me rientrano nella categoria dell’intrattenimento, per cui non ne consiglierei molti per avere una navigazione fruttuosa, il fruttuoso è altrove. Dal punto di vista del rischio, invece, starei molto attento, mi chiederei fondamentalmente quali valori, quali informazioni mi sta portando. Vi sono ovviamente alcuni influencer che parlano di scienza, di tecnica, e in questo caso possono essere istruttivi, ma quello che personalmente consiglio e faccio è leggere libri, non di narrativa, ma di psicologia, di intelligenza artificiale, di sociologia, di tante materie completamente diverse. Il mio consiglio è: leggete cose che sono altro da voi, selezionate autori che hanno dedicato la vita a temi che eleveranno la vostra mente. Dopo che avrete letto un libro di questi, avrete imparato davvero e sarete più forti di prima e più maturi. È così che si costruisce una solidità psicologica. Ci sono persone che hanno riflettuto su che cos’è l’intelligenza, su come pensa un essere umano, quali sono le forme di pensiero, che cos’è l’empatia, cos’è il narcisismo, che cosa sono le regole di costruzione di un’iniziativa, insomma i titoli sono tantissimi. Scegliete in modo accurato e non ve ne pentirete perché alcune cose sono completamente contro-intuitive e vi apriranno orizzonti che neanche immaginate. Vi faccio un esempio: uno degli ultimi libri che ho letto teorizza un nuovo modo di ricercare, una ricerca senza obiettivo. Anche per voi studenti, capite bene cosa può voler dire fare ricerca senza avere una destinazione prestabilita. Se ci pensate, l’evoluzione naturale è esattamente questo, non ha un obiettivo predefinito, ma, in qualche modo, si evolve e si adatta ai contesti. Le più grandi scoperte sono fatte esattamente con questi criteri, che è in fondo la serendipità e ve ne parlo solo per farvi un esempio di concetti che vi aprono la mente: tutta la nostra società civile è basata su un obiettivo, ma le vere creatività si sono sempre fondate su un’assenza di obiettivo, il vero innovatore arriva da altro. Quando dico di leggere tutto quello che non vi riguarda, è esattamente questo, aumentate la vostra serendipità, solo così sarete creativi e forti. 

Come autore, ha scritto anche diversi libri: di quale va più fiero e perché? 

Purtroppo non sono mai soddisfatto del lavoro che ho fatto e questo processo si accentua quando riguardo i miei lavori del passato, li trovo primitivi, poco evoluti. Mi dico sempre che sarà migliore il prossimo. Credo dipenda proprio da un mindset, dalla mentalità accrescitiva di cui parlavo prima e in cui è sempre quello che impareremo la cosa che ci porta più avanti. È come se salissimo una scalinata: salendo 10 o 15 gradini, e riguardando il nostro io, ci sembra distante, ci sembra anche che a volte si sia fermato a ostacoli ampiamente superabili. È sempre il passo successivo che deve essere migliore del passo precedente, e quindi speriamo che il prossimo libro, su cui sto lavorando, sia migliore. Tratterà temi legati alla percezione. 

In campo lavorativo che tipo di persona ritiene di essere? 

Se prendiamo con le molle e in senso non patologico la mia risposta, sono una persona ossessionata, una persona ossessionata da quello che fa, nel senso che ci crede, una persona estremamente determinata, che non si ferma di fronte ai problemi, anzi, ama le sfide. Tra le due strade, tra quella facile e quella difficile, sceglie sempre quella difficile perché in ogni caso la renderà più capace. Non temo il fallimento, succede di sbagliare: chi non sbaglia non è perché è più bravo, chi non sbaglia non osa abbastanza. Ne viene fuori un profilo che sembra borderline patologico, ma non credo sia così. In fondo, pur essendo un ingegnere, credo che sia un profilo simile a quello artistico, che vive di passione e di ossessione; certo che non sono un artista, ma condivido forse gli stessi processi profondi di ricombinazione delle idee. Con questo approccio, del resto, si vive tutto in modo molto intenso e nelle idee c’è una forza, una fisicità che, se ci si crede, può cambiare le cose, ognuno nel suo piccolo. 

Ultimamente si sta dibattendo sui cosiddetti “virtual influencer” e in particolare ci si chiede se sia possibile stabilire legami di fiducia con simili personaggi che vivono solo nel metaverso, creati da artisti digitali, animatori e agenzie di comunicazione. Lei cosa ne pensa, crede siano figure positive per i social o stiamo andando a perdere l’autenticità che gli utenti ricercano?

Sì, siamo di fronte a una nuova rivoluzione, che potrà, ancora una volta, cambiare i rapporti profondi e le relazioni nella società. Noi lo stiamo studiando da anni, ci sono ad esempio gli Hikikomori che, come ben sapete, sono persone che fanno fatica nella socializzazione, si chiudono praticamente nelle loro stanze, nel loro mondo virtuale dove dall’altra parte potrebbero però esserci delle persone. Il passaggio sta già avvenendo. Pensate a queste persone chiuse in una stanza che interagiscono virtualmente con altre persone. Allora chiediamoci se è veramente così ampio il passaggio tra una persona che esiste davvero concettualmente e una che non esiste. L’ambiguità diventerà sempre più labile. Vi saranno anche influencer che in qualche modo non saranno dichiaratamente tali, ma credo che questa distinzione sia solo un retaggio di passaggio della nostra generazione.

Cosa può anticiparci che noi giovani e adulti ancora non vediamo in rete?

Abbiamo identificato una deriva, ancora più pericolosa, su cui abbiamo scritto un articolo: gli influencer virtuali sono andati oltre, sono state create copie virtuali di persone che fungono da partner virtuale, quindi relazioni sentimentali sintetiche. Ma dov’è il pericolo? Il pericolo è che con l’intelligenza artificiale questi soggetti impareranno a profilarci, saranno molto bravi a darci quello che la società non ci dà, quello che gli altri non ci danno; accadrà un po’ quello che accade su TikTok, sui social: gli algoritmi di raccomandazione prendono la nostra forma. Quando ci succede su TikTok, vuol dire che passeremo trenta minuti o un’ora nel nulla più totale, scorrendo cose che però sono adatte a noi, che colgono costantemente il nostro interesse. Ma quando diventa un partner virtuale, siamo vicini al plagio, siamo vicini alla dissociazione dal reale e dai sentimenti.

Siamo solo all’inizio, allora. 

Il tema è assolutamente complesso, l’influencer virtuale è solo l’inizio, siamo di fronte a una ridefinizione stessa del concetto di realtà: che cos’è davvero reale?. Siamo noi che sostanziamo il reale, che proiettiamo l’attributo di realtà alle cose, quindi qui si aprirà un filone, dal punto di vista sociologico, estremamente interessante. Per quanto riguarda l’autenticità, diciamo che l’abbiamo già persa da un sacco di tempo. Sul fatto che sia positivo o meno, il discorso è a parte perché, se immaginate un cartone animato, un personaggio creato è già virtuale, ha già una sua psicologia introdotta e costruita, per cui è solo una trasposizione. Il vero pericolo contemporaneo è nell’interazione 1 a 1, quando cominceranno a trascinarci, quando non parleranno più a tutti ma parleranno singolarmente a noi, che sarà la nuova frontiera. Un soggetto virtuale che parlerà solo a noi, solo per noi, dicendo quello che vogliamo sentirci dire. Spero verrà normato il prima possibile. 

Lei ha inventato un vero e proprio mestiere. L’Andrea Barchiesi di 20 anni fa sapeva già di voler intraprendere questo percorso lavorativo? Sarebbe fiero dei traguardi raggiunti e del suo ruolo attuale? 

La mia storia è proprio l’esempio della ricerca senza obiettivo di cui parlavamo prima. Nasco come ingegnere elettronico e con l’idea chiara, sin da bambino, che il futuro sarebbe stato l’elettronica e i computer. Arrivato al traguardo della laurea, mi sono però messo in una società internazionale di consulenza ad aggiustare aziende, quindi ho imparato come funzionava veramente il mondo da altri punti di vista, per poi approcciare un’avventura e creare un mestiere che non esisteva. La mia traiettoria è l’esempio di una ricerca senza obiettivo a priori, ma selezionando sempre la strada verso dove immaginavo sarebbe andato il mondo, cercando di completare il più possibile lo spettro di cose che conoscevo. Le biografie di tante persone che fanno cose importanti, e cambiano le rotte comuni, hanno sempre traiettorie ellittiche.

Ognuno di noi può scegliere di guardare la sua posizione in due modi, o in alto o in basso: se si guarda in basso siamo tutti un po’ più alti; se si guarda in alto siamo tutti un po’ più piccoli. Quando ci si sente soddisfatti è l’inizio della piattezza e della superficialità. Per cui va bene così: va bene non sentirsi mai abbastanza purché, ripeto, non sia una sensazione deprimente. Deve essere stimolante. Anche questo è mindset e anche questo ci orienta. 

Intervista a cura di Giorgia De Cristofaro, classe 3L