di Sara Di Tella e Giuseppe Pellegrino
Si chiamava Ylenia Musella, aveva 22 anni e viveva a Napoli, nel rione Conocal di Ponticelli. È l’ennesimo nome che si aggiunge alla lunga lista delle donne uccise in Italia per mano di chi faceva parte della loro vita quotidiana. Ylenia è morta dopo essere stata accoltellata alla schiena e picchiata violentemente all’interno della sua abitazione; trasportata d’urgenza all’ospedale Villa Betania, è deceduta poco dopo a causa delle gravissime ferite riportate. Per il suo omicidio è stato arrestato il fratello, Giuseppe Musella, di 28 anni, che si è consegnato alla Polizia di Stato e ha confessato il delitto, avvenuto al termine di una lite in casa.
Questo episodio ha profondamente colpito l’opinione pubblica e ha riportato al centro dell’attenzione il tema del femminicidio, una forma di violenza estrema che spesso si manifesta in ambito familiare o affettivo. Il caso di Ylenia non è un fatto isolato, ma si inserisce in un contesto più ampio e tragicamente ricorrente.
Il femminicidio è l’uccisione di una donna per motivi legati al genere, al controllo o al possesso, e rappresenta una delle manifestazioni più gravi della violenza contro le donne. Nel 2025, in Italia, sono stati monitorati circa 99 casi di femminicidio, di cui 84 riconducibili a dinamiche di violenza di genere.
Le statistiche evidenziano che la maggior parte delle donne viene uccisa da partner, ex partner o familiari, con percentuali che in molti anni hanno superato il 60–80% dei casi. Questo dato dimostra quanto la violenza nasca quasi sempre all’interno delle relazioni intime, dove il legame affettivo si trasforma in controllo e aggressività.

Negli ultimi anni, storie come quelle di Giulia Tramontano, uccisa dal compagno mentre era incinta, o di Martina Carbonaro e Giulia Cecchettin, hanno segnato profondamente la coscienza collettiva. Casi diversi ma accomunati dallo stesso schema: gelosia, possesso e incapacità di accettare l’autonomia e la libertà della donna. Il femminicidio di Ylenia Musella si inserisce tragicamente in questo filone.
Secondo molti sociologi, il femminicidio non può essere considerato soltanto un problema di criminalità individuale. Si tratta di un fenomeno sociale radicato in strutture patriarcali, disuguaglianze di potere e norme culturali che ancora oggi giustificano o minimizzano il controllo maschile sulle donne. A questo si aggiungono carenze nei percorsi di prevenzione, nell’educazione affettiva e nel sostegno alle vittime di violenza.
Nonostante l’Italia abbia un’incidenza più bassa di omicidi femminili rispetto ad altri Paesi europei, la violenza di genere resta un problema profondo e persistente. Nel 2025 il Parlamento ha riconosciuto il femminicidio come reato autonomo, introducendo pene severe nei casi più gravi. Tuttavia, gli esperti avvertono che le leggi da sole non bastano: serve un cambiamento culturale e sociale.
Il caso di Ylenia Musella non è solo cronaca, ma simbolo di una violenza che continua a ripetersi. Ogni femminicidio rappresenta una vita spezzata e un fallimento collettivo. Ricordare Ylenia, Martina, Giulia e tutte le altre vittime significa interrogarsi sulle cause profonde del fenomeno e riconoscere che la lotta alla violenza contro le donne passa dalla prevenzione, dall’educazione e dalla responsabilità di tutta la società.

















































